Fegato, benzina e gloria
Da Brescia agli Appennini e ritorno: la 1000 Miglia un viaggio sentimentale e popolare di uomini, macchine e passioni senza tempo.
Dal 9 al 13 giugno, quasi una settimana di visioni indimenticabili e di storia che ci è passata di nuovo sotto gli occhi con tante emozioni.
Brescia - Dicasi corsa, e si fa presto a dire. Ma qui la faccenda s’ingorga di epica spicciola e di fegati robusti, di quelli che sanno reggere l’urto del lambrusco genuino e l’odore acre dell’olio che sale dai basamenti. La 1000 Miglia non è mai stata una parata per damerini dal polso molle o per milordi annoiati in cerca di brividi preconfezionati. È, piuttosto, un rito. Un rito pagano e padano, una liturgia semovente che taglia lo stivale in due come un coltello da formaggio entra nella forma del Grana, lasciando dietro di sé una scia di fumo azzurrino, qualche imprecazione dialettale o anche straniera e un’immensa, infinita nostalgia di giovinezza.
Si parte da Brescia, la “Leonessa” che ruggisce di bielle e di metallurgia pesante. Lì, sul selciato che pulsa di un’attesa quasi carnale, si radunano loro, i mostri meccanici. Vetture che paiono sognate da un fabbro ferraio colto da delirio creativo: parafanghi ciclopici, cofani lunghi come viali di provincia sotto i quali scalpitano cilindri nati per bere benzina ad alto numero di ottani e sputare fiammate di puro orgoglio. I piloti di questa giostra senza fine, si calano nell’abitacolo come palombari nel mistero dell’asfalto. Hanno facce scavate dal vento, gli occhi protetti da occhialoni che li fanno somigliare a grossi insetti notturni, e le mani già sporche di grasso prima ancora di aver ingranato la prima.
Il tracciato è un serpente che si snoda tra la nebbia bassa delle pianure e i tornanti sassosi degli Appennini. Quando il convoglio affronta la Cisa o la Futa, la faccenda si fa seria. Lì non conta più la cavalleria pura, ma il polso, il fegato e la capacità di dialogare con la macchina. Senti il motore che fatica, che canta una melodia rauca e a volte disperata, mentre gli pneumatici artigliano la strada cercando un’aderenza che è sempre un compromesso tra la fisica e la buona sorte. Il pilota asseconda lo sbandamento, corregge di controsterzo con le braccia tese, i muscoli d’acciaio e il cuore che batte al ritmo dei pistoni. È una danza d’altri tempi, dove il rischio ha il sapore del ferro e della polvere.
«Vedi passare certe macchine che paiono scappate dall'inferno di Vulcano, guidate da uomacci che non hanno tempo di aver paura, ma solo di aver sete. E la sete, si sa, la spegne solo un buon bicchiere di quello sincero, mica le acque gasate dei moderni ginnasti.»
E poi ci sono i sapori di questa terra generosa che accoglie la corsa come una sposa fedele. Perché la 1000 Miglia si corre anche con lo stomaco. Nei punti di sosta, tra un controllo orario e un rabbocco d’olio, l’aria si fa densa di profumi che riconciliano con il mondo: il grasso del prosciutto tagliato spesso che si scioglie sul pane caldo, la fragranza della piadina cotta sul testo, il profumo acuto del parmigiano reggiano vecchio di stagionatura. I piloti mandano giù un boccone al volo, senz'aria di etichetta, e ci bagnano la gola con un sorso di rosso frizzante, che dà calore e scaccia i cattivi pensieri prima di rigettarsi nella mischia. È il cibo dei forti, roba che farebbe inorridire i dietologi da salotto ma che sostiene l’anima quando mancano ancora trecento chilometri al traguardo.
Il pubblico, stipato ai bordi delle strade, è l’altro grande protagonista di questo romanzo popolare. Vecchi contadini col cappello di traverso, ragazzini con le ginocchia sbucciate, donne che sventolano fazzoletti bianchi. Tutti uniti da un unico, ancestrale brivido. Aspettano ore sotto il sole o la pioggia battente solo per vedere quel lampo rosso, per sentire il boato del motore che spettina i platani del viale e per respirare quell'aria densa di idrocarburi che sa di progresso e di avventura. C'è una fratellanza antica in quel saluto al volo, un riconoscimento reciproco tra chi fatica sulla macchina e chi fatica sulla terra.
Quando le ombre si allungano e la sera scende sulle colline toscane, la corsa cambia volto. Diventa una faccenda di fari gialli che bucano il buio, di riflessi sulle carrozzerie bagnate di rugiada. La stanchezza comincia a scavare i volti, le braccia sono pesanti come piombo e i riflessi si fanno opachi. Eppure nessuno molla. La macchina è diventata un’estensione del corpo del pilota: ne avverte ogni vibrazione anomala, ogni minimo sussulto del cambio, ogni accenno di cedimento dei freni. È un corpo a corpo che dura da ore, una sfida di resistenza pura dove vince chi ha più testa e più fegato.
Si torna infine verso il Nord, verso la pianura che si apre immensa e accogliente. Brescia è lì che aspetta, con le sue luci e il suo traguardo che sa di liberazione. Chi arriva ha la faccia nera di fumo, le mani piagate dal volante di legno e gli occhi che bruciano. Ma sul volto si dipinge quel sorriso stanco e fiero tipico di chi ha compiuto l'impresa. Si, è vero, è anche competizione tra pressostati e medie severe da tenere, per molti ma non per tutti. A molti non importa la classifica, per molti non contano i secondi limati sul cronometro, conta esserci stati. Conta aver cavalcato la tigre d’acciaio lungo le strade dello stivale, aver assaggiato la polvere e la gloria in un solo, lunghissimo sorso.
La 1000 Miglia è questa, non finisce mai neppure quando torna a Brescia, perché il suo mito continua a girare, eterno, nei cilindri della nostra memoria.
Una parte bella, tra le tante, dell’Italia.
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